Il Gomitolo


Fiabe e racconti

Cornel e Ilaria

Storia vissuta e raccontata da Tiziana

Questa è una storia vera, vissuta dalla nostra amica Tiziana. Le abbiamo chiesto di poterla pubblicare sul Gomitolo perché pensiamo contenga insegnamenti preziosi per bambini, ragazzi ed anche per i genitori.


Quando andavamo nella vecchia scuola di Ilaria eravamo soliti incontrare un barbone gentile. Si, era sporco, si, puzzava di vino la maggior parte del tempo, ma era un uomo dallo sguardo gentile che ci ha fatto un favore enorme nella vita, un favore di cui noi gli saremo sempre grati. Ha insegnato a nostra figlia piccola lo spirito di carità.

Lo sguardo gentile, i modi pacati e il sorriso sempre pronto sul suo viso hanno fatto in modo che nostra figlia si innamorasse di lui. Non so quante monete gli abbia elargito, quanti saluti e quanti sorrisi ripieni di quell'affetto sincero che solo i bambini conoscono.

Molte volte sia io che il mio compagno cambiavamo strada perché era proprio un'ossessione, era obbligo passare da lì perché era obbligo salutarlo ed era obbligo dargli la moneta, e Ilaria non è tirchia, quando elargisce monete le da pesanti, era tipo una rata in quel periodo, con riscossione a pedaggio!

Ma quel signore non ha mai chiesto niente, si metteva li, nessun cartello, nessun bicchierino, e salutava, salutava i passanti che avevano voglia di dirgli ciao, e quando ti avvicinavi a dargli una moneta, rigorosamente in mano, lui ti guardava negli occhi e ti ringraziava con un sorriso che sembrava sincero quanto quello di mia figlia. E forse lo era.

Un giorno la scuola fece una festa nel parco vicino, una festa di primavera. Panini, pizzette tramezzini, un sacco di roba avanzata. Ci proposero di prendere qualcosa da portare magari in chiesa, per i bisognosi, e noi prendemmo una bella busta piena di panini. Ilaria mi fece fare un giro da pazzi per trovare il suo amico e dargli almeno un panino.

Quell'amico che una volta, quando lei gli mise la solita monetina in mano, le regalò un pacchetto di noci, probabilmente era l'unica cosa che aveva in tasca, ma la diede a lei, dandole un buffetto sulla guancia e dicendole all'orecchio "Mi ricordi tanto la mia nipotina".
Lei ne fu felicissima.
Io onestamente un po' meno, nel vedere quelle mani nere che le accarezzavano la guancia un pochino mi venne male, erano davvero sporche... Quindi chiesi a Ilaria, per favore, di chiacchierare con lui, di dargli tutte le monete che voleva ma di non farsi più toccare, e di non accettare nemmeno dei regali, perché probabilmente era l'unica cosa che aveva da mangiare in quel momento, e perché poi era davvero di dubbia provenienza. Buttai il pacchetto di noci poco lontano, in modo che non mi vedesse farlo. Non fu un buon insegnamento il mio, me ne rendo conto solo adesso.

Nessuno è infatti mai così povero da non aver niente da poter condividere con gli altri.

Il grande insegnamento lo aveva dato lui a noi, non io alla bambina.

Sono trascorsi così un anno e mezzo abbondanti. Poi con il cambio di scuola per Ilaria, quella strada ci siamo ritrovati a farla davvero raramente insieme a lei, ma quelle poche volte, lei gli dava la moneta. Sempre, o almeno quando io ne avevo in tasca (quando invece andava a scuola lei prendeva appositamente le sue monete per dargliele).

Intorno al 10 o 11 gennaio di quest'anno, con il mio compagno, mi sono trovata a passare da quella strada per delle commissioni e lui era lì, vicino al suo giaciglio di fortuna, un sacco a pelo poggiato su un cumulo di cartoni e qualche coperta piegata bene accanto, il suo vino da tavola e il bicchiere pieno, il suo giaccone, il suo cappello in testa. Era lì che guardava i passanti, come sempre, senza chiedere niente.

"Guarda, l'amico di Ilaria, ora gli dò qualcosa" ho detto, e per la prima volta in tutti quegli anni mi sono avvicinata io da lui, e non mia figlia, ho preso la moneta da 2€ che avevo in tasca e gliela ho data, come sempre nella mano, e gli ho sorriso, lui mi ha guardata negli occhi, mi ha fatto cenno con il capo, e mi ha sorriso a sua volta, era forse la prima volta che io e lui ci guardavamo negli occhi. Poi gli ho detto buona giornata e me ne sono andata, contenta.
Non so perché, non lo avevo mai fatto, non ci avevo mai nemmeno pensato di dargli qualcosa, forse, anche in me aveva risvegliato quel senso di carità, forse, in quel momento, mi aveva aiutato ad ascoltare il mio cuore nonostante il caos in cui ci butta la vita che conduciamo. "Probabilmente è malato, non lo ho visto bene, ha delle brutte macchie nel collo". Ho pensato che fosse AIDS, quelle macchie mi ricordavano le piaghe che vengono sulla pelle di chi ha oramai la malattia conclamata e nello stadio avanzato. Mi è dispiaciuto. Tantissimo.

Ecco. Questo è l'ultimo ricordo che ho di quell'uomo.

Lunedì 21 gennaio, insieme ad una ragazza che lavora con me, ma che sopratutto è una mia cara amica, sono di nuovo passata da lì. Pioveva tanto. Avevamo gli ombrelli.
Nei pressi del suo giaciglio ho sollevato lo sguardo, per vedere se fosse al riparo. Al suo posto c'erano una marea di fiori. Mi si è gelato il sangue, una sensazione così brutta che adesso che ci sto pensando mi scendono di nuovo le lacrime. Ho lasciato indietro la mia amica dicendo "No, non dirmelo" e mi sono avvicinata di gran carriera.
Attaccata all'inferriata del parco giochi per bambini accanto al suo vecchio giaciglio c'era una sua foto, era di spalle, seduto sul muretto. Ancora più sotto un altro foglio che avvisava che venerdì 18 ci sarebbe stato il funerale di Cornel, morto per il freddo, sulla panchina, la notte tra il 13 e il 14. Li intorno tanti fiori, una bottiglia di acqua e un bicchiere di vino nero.

Morto per il freddo, su una panchina. Una morte in piena e completa solitudine. Morto per il freddo, a Roma, nel 2019. Non in un paese del terzo mondo, dove ancora le malattie uccidono le persone, dove c'è la fame, le carestie o la guerra, no, a Roma.

Non aveva nemmeno l'AIDS, ho poi cercato la notizia su Internet: morte naturale, probabilmente causata dal freddo. Età stimata 50 anni. Ne dimostrava 150. 50 anni significa che era poco più grande di me.

La notizia sul giornale diceva morto un altro barbone, il nono dall'inizio dell'inverno.

Nemmeno il nome sapeva il giornalista, ma probabilmente non gli interessava saperlo, doveva solo scrivere una notizia. Nemmeno io d'altronde lo conoscevo, era solo "il barbone di piazza Irnerio", non serviva a nessuno saperne il nome, ed ora mi sento in colpa per non averglielo mai chiesto in tutti gli anni in cui lo ho incrociato e in quei quasi due anni in cui Ilaria gli dava una moneta quasi con cadenza giornaliera.

Il corpo del barbone rimane a disposizione della magistratura, diceva ancora il giornale. Si vede che lo hanno poi restituito presto e che la comunità della chiesa lì vicino si è occupata di dargli una degna sepoltura. Almeno al suo funerale ha avuto delle persone che pregavano per lui.

Io sono rimasta scioccata. Ho passato tutta la mattina andando e tornando con il groppo in gola da quello che era il suo posto, a leggere il biglietto e a guardare i fiori... Alla fine ho comprato anche io un fiore e lo porterò assieme a Ilaria, che vuole lasciarglielo personalmente.

Da quando ho saputo della sua morte continuo a chiedermi se la sua nipotina avrà saputo che il suo nonno, o magari suo zio, è morto per il freddo. Se qualche parente è stato trovato. Non era nemmeno italiano, probabilmente polacco da come parlava, quindi difficile risalire anche a chi fossero. E quindi nessuno che avesse il suo sangue gli ha messo un fiore. Ma magari quella nipotina nemmeno esisteva e lui lo ha detto a Ilaria solo così, per essere gentile, come d'altronde era sempre stato.

Si chiamava Cornel, caro giornalista, te lo dico io, lo ho appreso anche io tardi, e mi sento male al pensiero che mi sono accorta davvero di questa persona solo quando stava per morire. Dopo 3 giorni che finalmente ci siamo guardati negli occhi.

Ma questo barbone, che puzzava come tutti i barboni, che beveva vino da mattina a sera, che biascicava, non aveva denti, dormiva su un cartone, ha insegnato a nostra figlia qualcosa che le rimarrà dentro per sempre e che noi cercheremo di non farle mai dimenticare: la carità per il prossimo, il sincero interessamento e il dispiacere per chi sta peggio di noi.
E ha insegnato a noi che educare i propri figli al rispetto è giusto, noi lo facciamo sempre, ma che la carità non va solo insegnata a parole, ma va messa in pratica.

Cornel era uno degli ultimi tra gli ultimi, eppure, per Ilaria sarà sempre uno dei ricordi più dolci della sua infanzia.

Il luogo dove passava la giornata Cornel, ora riempito di fiori e piccoli pensieri

Spunti di riflessione per i ragazzi
(a cura del Gomitolo)

  • Sai chi sono i barboni o senzatetto?
  • Se vedi una persona seduta per strada ti avvicini o la eviti?
  • Nella tua città ci sono molti senzatetto?
  • Sei informato su cosa fa la tua città per chi non ha una casa?
  • Lo sai che se vedi un bambino per strada che chiede la carità devi subito chiamare Telefono Azzurro?
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